Capitolo 13
Discorsi a tre sull’etica e sulla politica

Posted by in IL CANTO DELLE SIRENE

Riccardo rimase poi senza fiato, quando una sera d’inizio primavera, mentre passeggiavano sui Lungarni, Cinzia e Marco gli esposero la loro idea di far vita comune tutti e tre e di cessare quindi, almeno fino a che ne avessero voglia, la loro vita di scapoli errabondi. Gli sembrò subito una cosa bellissima e diede immediatamente il suo assenso, dicendo che in effetti erano già stati insieme giorno e notte sulle barche quando andavano per mare e quindi erano già un equipaggio collaudato. Ma, aggiunse,  in questo caso non ci sarebbe stato bisogno di un capo, salvo che avrebbero dovuto dare a Cinzia la responsabilità  della conduzione dell’appartamento, però nessun potere di decidere sulle attività comuni fuori della casa. Scherzi a parte, aggiunse Marco, avrebbero generosamente chiesto  anche il suo parere  e qualche volta ne avrebbero tenuto conto.

Quando poi, coraggiosamente tentarono di mettere in atto il loro progetto, per una o due settimane in casa regnò una confusione unica, in quanto emerse chiaramente che ognuno dei tre aveva propri orari e proprie abitudini. Poi lentamente cominciarono a far conciliare I loro movimenti  e a stare il maggior tempo all’aperto, visto che la primavera fu la più dolce e profumata  che si fosse vista negli ultimi anni sui colli fiorentini.

Cinzia e Marco coinvolsero naturalmente Riccardo nei loro discorsi  e trovarono che più che agli argomenti filosofici e culturali Riccardo era molto interessato ai loro nuovi progetti in materia di salvaguardia dell’ambiente  e, allo stesso tempo, era molto critico nei confronti della scarsa attenzione che i politici  riservavano allo sviluppo turistico delle coste, nonchè alla tutela del nostro patrimonio archeologico  ed artistico.      

Fu così che parlando di queste cose progettarono un fine settimana a San Gimignano.

Già durante il viaggio Marco e Cinzia cominciarono a discutere in merito ai guasti che si riscontravano soprattutto al tempo d’oggi nelle città. Cinzia  parlava come al solito del consumismo,  soprattutto dei ragazzi e delle ragazze, che sembravano non dare il giusto valore al denaro e si contentavano di  vivere alla giornata, senza preoccuparsi del domani. 

“ma, replicava Marco, “mi pare che tu abbia messo il dito sul punto più critico della società moderna: la vera fede del mondo di oggi sembra che sia la ricerca e l’appagamento  di tutti I bisogni materiali e non più la soddisfazione di sentirsi a posto con la propria coscienza, quindi incosciamente si da gran valore al successo economico, che apre la strada all’appagamento di tutti i desideri.

“Scusa se ti interrompo, diceva Riccardo, ma che rapporto ci vedi tra l’aspirazione al benessere e la felicità delle persone? Tieni presente che questo tema per me tocca dei punti delicati, perchè proprio per problemi di questo tipo io e Cinzia abbiamo finito per non comprenderci più come nei primi tempi. Per capirci meglio: a me sembra che non sia facile al tempo d’oggi capire fino a che punto bisogna  impegnarsi per raggiungere una posizione economica solida e quindi soddisfacente ed in quale momento ed in che modo si possa e si  debba dare più spazio e tempo alle esigenze di altra natura della propria famiglia, come ad esempio più tempo  e attenzione ai problemi dei figli, più tempo per gli svaghi della famiglia e via di seguito.”

Marco. “Più che un rapporto tra benessere e felicità, il successo e l’attrazione del benessere mi sembrano un falso miraggio. A me sembra infatti che il discorso sulla felicità, che io e Cinzia abbiamo approfondito tempo fa, debba tener presente che sull’essere umano pesano due condizionamenti. Il primo è quello del mondo interno alla persona, quello della sua coscienza, l’altro è costituito dall’insieme delle pressioni operate dal mondo esterno, con i suoi principi codificati, le sue necessità e le sue false attrazioni, tra cui appunto c’è quella del  miraggio del successo. Quest’ultimo non è altro che l’esasperazione del vecchio e sano impulso derivante dagli istinti di conservazione e di affermazione, esistenti in ogni individuo. Solo che nel mondo moderno tutto viene esasperato e ingigantito, anche a seconda dei tempi e delle mode, così come avviene per la bellezza fisica,  per la salute, per il successo mondano delle stars o dei campioni dello sport, e così via. Io però, per rispondere in modo più semplice e diretto al tuo quesito direi che le scelte tra il maggiore o minore impegno nel campo professionale e le varie esigenze della famiglia  debbono essere valutate criticamente e con molta attenzione da entrambi I coniugi, perchè le situazioni variano da caso a caso, ma in ogni  scelta bisogna tendere ad assicurare la migliore armonia possibile nel gruppo familiare. 

“Io però, se siete d’accordo, vorrei farvi un panorama su come vedo la società di oggi ed i suoi problemi, perchè così insieme possiamo capire un pò meglio come funzionano questi condizionamenti esterni e poi, se credete, possiamo discutere un pò più approfonditamente di quali siano le condizioni per la ricerca della felicità, altrimenti finiamo di parlarne sempre come se fosse l’araba fenice, cioè qualche cosa che si desidera come un miraggio ma che magari non esiste. Io credo invece che la ricerca della felicità sia una cosa molto concreta, non dico alla portata di tutti, ma che val la pena di approfondire e soprattutto di vedere da vicino, senza farsi ingannare appunto dai falsi miraggi.”

Cinzia: “Questi vostri discorsi mi cominciano ad incuriosire: per oggi sono abbastanza frastornata, ma ci terrei a discutere con voi sul primo dei vostri punti. Se non sbaglio verteva su quali potrebbero essere i condizionamenti esterni e sul perchè li chiamiate in questo modo”.

Marco: “Perchè li chiamo condizionamenti esterni posso dirtelo in due parole: Sono le situazioni  di fatto ed I sistemi di organizzazione che troviamo nella nostra società che ci condizionano, senza che possiamo farci nulla, o molto poco. Detto in parole povere, io non credo che noi o qualsiasi altra persona possiamo essere veramente felici se ci troviamo a vivere in un paese in cui la politica non faccia gli interessi dei cittadini ma delle lobbies legate ai partiti e quindi distrugga in questo modo le risorse della gente. Come pure non è facile vivere in situazioni in cui vigano indisturbate la violenza privata, l’impunità per i delinquenti ed il disordine sociale. Ma non dovete pensare che voglia parlarvi in modo specifico di questi problemi, che probabilmente conoscete come me o meglio di me, in quanto sono ormai dibattuti quotidianamente nei giornali ed in televisione. Vorrei invece accennarvi a come potrebbe essere organizzata un pò meglio la nostra società, se per lo meno ci fosse più spirito costruttivo, buona volontà e buon senso da parte di tutti.  Se lo preferite, potremmo parlarne più tardi, altrimenti in macchina ci facciamo venire soltanto un mal di testa e non arriviamo a capo di nulla.  

Fu così che I tre amici finirono con l’arrivare a S. Gimignano, che non avevano visto da molti anni. Fecero colazione in Piazza, ammirando i vecchi palazzi del centro e le famose torri medievali che avevano già viste in altre occasioni. da ragazzi.  In quell’atmosfera intima e raccolta si sentirono automaticamente più sereni e spensierati come erano stati a ventanni. L’aria stessa che si respirava suggeriva il pensiero che gli uomini possono sentirsi solidali nel costruire insieme un mondo fatto a loro misura, seguendo principi semplici e armoniosi.

“Vedete, cominciò a dire Riccardo, “questo che osservate ora è un mondo costruito da artigiani industriosi, ma nello stesso tempo amanti delle cose belle e forti, fatte per durare nel tempo e per vivere bene. Quello che si costruisce adesso invece è fatto per guadagnare rapidamente da parte dei costruttori e per trovare una sistemazione purchessia da parte degli acquirenti, salvo poi il riempire le abitazioni di tutte le comodità tecniche, richieste da una vita dinamica e piena di esigenze diverse. Come ci siamo detti, dovremmo invece esaminare come potrebbe essere il mondo di oggi, per lo meno nelle grandi città, visto che nei piccoli centri bene o male si conservano ancora gli antichi modi di sentire e di vivere.”

 Marco. “le ragioni forse derivano da alcuni problemi di fondo non risolti: Il mondo della produzione si va orientando verso la concentrazione sempre più massiccia dei vari rami della industria e del commercio, per ottimizzare i vari fattori della produzione stessa. A queste concentrazioni non corrispondono però una equa suddivisione dei ricavi. Gli imprenditori di solito guadagnano moltissimo, i dirigenti, tipo Amm.ri delegati, Direttori e simili godono di stipendi ed appannaggi molto elevati e la manodopera, sia dei tecnici sia degli impiegati viene retribuita molto modestamente.”

“Gli svantaggi di queste forti concentrazioni non si limitano però soltanto a quelli del forte scontento generato dalla sperequazione economica esistente tra le varie componenti dell’azienda. Nella misura in cui si vada verso il gigantismo, sia verticale che orizzontale delle aziende, quindi che si estenda perfino verso altri paesi e/o in nuovi settori di produzione, si verificano facilmente difetti e carenze di informazioni, per cui molti dipendenti non sono informati per tempo se siano destinati a trasferirsi di sede o a cambiare mansioni, ovvero molte direttive o informazioni arrivano in ritardo o sono incomprensibili, ecc.

Soprattutto, ogni dipendente non si sente come elemento utile o necessario, in quanto partecipe al processo di sviluppo dell’azienda. Stando così le cose, cosa si potrebbe ipotizzare in alternativa, dato anche per scontato che il processo di ingrandimento di un’azienda sia necessario per  ragioni di ottimizzazione dei costi e quindi per vincere la concorrenza esterna?  Dai miei studi io ho riscontrato che vi è una teoria consolidata secondo cui bisognerebbe incamminarsi per tempo su due o tre strade convergenti. Secondo questa teoria ogni azienda dovrebbe darsi una organizzazione del lavoro in cui siano valorizzate al massimo le specifiche competenze dei dipendenti. Tra l’altro per raggiungere questo risultato bisognerebbe che ogni prodotto che esca dall’azienda sia il frutto della cooperazione di un gruppo di tecnici, addestrato per il compimento di quel specifico prodotto. Inoltre potrebbe essere prevista anche la possibilità di una maggiore integrazione dei componenti del gruppo. Infatti, qualora si riuscisse ad attuare anche lo scambio delle mansioni tra I suoi componenti, facilmente si potrebbero costituire gruppi di lavoratpori più competenti e più solidali tra loro. L’azienda inoltre dovrebbe curare che vengano assegnati premi di produzione a tutti I dipendenti che siano in grado di suggerire semplificazioni o miglioramenti nei processi produttivi. Questi ed altri sistemi di conduzione dovrebbero far sì che ogni dipendente si sentisse come vero componente dell’azienda, interessato alla sua crescita. Ma penso che per ora farei bene a fermarmi un attimo, perchè temo di aver messo troppi argomenti in campo.  Che idea vi siete fatta di quello che ho esposto finora? ” 

Cinzia. “Mi pare di capire abbastanza questi problemi della concentrazione industriale. Ma che nesso c’è con quello che stavamo dicendo circa i condizionamenti a cui siamo sottoposti?”

Marco. “Brava, hai fatto bene a ricordarmelo, perchè se no parto per direzioni diverse e non riusciamo più a raccapezzarci. Il punto è sempre se riusciamo ad individuare una forma di società in cui siano possibili la vita come la concepivano una volta e come noi stessi l’abbiamo vissuta e sperimentata da ragazzi. Vedi, il punto non è solo capire i pericoli che derivino da queste forti concentrazioni industriali, ma cercare di vedere se le stesse concentrazioni possano essere realizzate in modo umano, compatibili con le esigenze della gente, oltre che della produzione. Se la nostra multinazionale appartenesse non più al capitalista speculatore ma ad una pluralità di risparmiatori, tra i quali magari ci fossero molti degli stessi dipendenti della multinazionale (come aveva ipotizzato nelle sue visioni futuriste il vecchio Olivetti), se i dirigenti della stessa azienda fossero scelti tra I quadri della stessa azienda e nominati dagli azionisti d’intesa con i quadri aziendali, se l’azienda avesse conservato quei sani principi di organizzazione interna di cui parlavo prima, non ci sarebbero più i pericoli dovuti all’arrivismo ed alla speculazione, ma si potrebbe costruire un mondo economico a misura d’uomo.

Pensate che questa che vi ho prospettato sia una costruzione utopistica?”

Riccardo. “temo proprio che siano belle idee, ma parecchio utopistiche, in quanto non tengono conto del fatto che con delle leggi si possono anche impedire eccessive concentrazioni industriali e cose simili, ma non si può certo obbligare gli azionisti a nominare amministratori o gli esperti che essi ritengano più opportuni. Le scelte mirate di cui parli tu potrebbero tutt’al più diventare una prassi comune soltanto quando fosse maturata una maggiore consapevolezza e conoscenza delle questioni aziendali e del valore dei quadri aziendali sia da parte delle maestranze che da parte degli azionisti.Inoltre credo che tu sottovaluti il peso dell’inerzia che hanno le istituzioni, sia politiche che economiche. Come credi che si possano operare dei mutamenti così radicali?”

Marco. “Vedi, stranamente sono d’accordo con te, e con il tuo scetticismo. Allo stato attuale, non sembra che ci sia da essere molto ottimisti.. Ma io nutro una piccola speranza: pare che il mondo da qualche anno a questa parte stia cominciando a cambiare, e non per la spinta data da movimenti politici, come sembrava potesse avvenire nel secolo scorso. Sta cambiando perchè si sta diffondendo sia nei paesi orientali che in quelli occidentali una spinta che viene dal basso, dai giovani, dai lavoratori, dalla gente povera ma anche dalla gente comune, che non ne vuole più sapere dell’arroganza e delle prepotenze messe in atto da partiti autoreferenziali e da governi imposti dai detti partiti, a prescindere da problemi di colore politico o di religione. Questa spinta dovrebbe far si che in un futuro più o meno prossimo le decisioni che riguardino la collettività dovrebbero essere immediatamente valutate dalle popolazioni cui sono dirette e, in molti casi, assunte direttamente a seguito di referendum tra le popolazioni stesse. Soltanto se si realizzeranno queste condizioni potremmo avere un mondo in cui i responsabili sia dei settori pubblici che di quelli privati debbano rispondere del loro operato all’opinione pubblica ed a organi di controllo. Vi figurate come sarebbe più serena e bella la vita in un paese in cui praticamente non ci sarebbero più capi imposti da partiti e da consorterie, ma in cui le popolazioni possano gestirsi da sole la propria vita sociale ed economica a mezzo di propri rappresentanti? ”  

Cinzia. “Queste idee mi piacciono molto. Sembrano pure a me ancora abbastanza utopistiche, però al tempo stesso può accadere che Il clima culturale e la maturazione delle popolazioni comincino ad essere più avanzati di quelli realizzati nel secolo scorso, in maniera tale che a diversi livelli, politici (sia comunali che nazionali) ed economici, si comincino a sperimentare forme più partecipate e dirette di gestione, del tipo di quelle che indicava prima Marco.  Sembrerebbe infatti che finalmente potrebbe prendere corpo ed essere tradotta in forme di organizzazione concreta una certa parte delle idee,  queste sì veramente utopistiche, che hanno attraversato il mondo occidentale (dico questo perchè ovviamente le conosciamo meglio di quanto avvenga nel mondo orientale), che vanno dalle idee relative alla libertà di pensiero e di partecipazione, per finire alle idee socialiste di  solidarietà e di organizzazione orizzontale.

Ma, se ho capito bene, finchè durerà questa crisi economica globale,  provocata dal capitalismo esasperato e dalla mancanza di controllo da parte della politica, sarà difficile per noi e per tutti sperare in una vita  migliore, più libera e spensierata?”

Marco. “Temo che sia proprio così.  Temo anche che l’apparente indifferenza dei giovani nei confronti della politica, la loro apparente mancanza di impegno e  il desiderio  di vivere alla giornata, il consumismo ed altre anomalie del genere siano anche la conseguenza della cattiva organizzazione sociale che descrivevamo prima. Voglio dire, proprio quella mancanza di attenzione ai problemi dei lavoratori  ed ai veri interessi della gente da parte della politica e  dei centri di potere fa si che il singolo si senta ricacciato nel suo guscio e si difenda coltivando il suo orticello, cioè le modeste soddisfazioni che gli derivano  dal consumismo e  dal rinchiudersi in se stesso e nel privato. Come abbiamo rilevato con Cinzia in un altra occasione, in queste condizioni non è possibile nutrire delle aspirazioni alla felicità, ma al massimo è possibile cercare di essere sereni e di coltivare buone amicizie e impegni seri, con se stessi e con gli altri.”

Riccardo. “Prima mi sono dichiarato un pò pessimista sulla possibilità che possano trovare pratica attuazione le tue idee, belle sì ma un pò utopistiche. Ma ora sembra che tu esageri nel senso opposto, dichiarandoti perdente nei confronti delle difficoltà e dei problemi causati dalla cattiva organizzazione sociale esistente. Mi pare infatti, e l’esperienza personale me lo conferma, che noi possiamo travare il nostro cantuccio di serenità purchè riusciamo a vivere in pace ed in amicizia con il nostro ristretto cerchio di amici e di parenti, e quindi creandoci una vera e propria parete di protezione nei confronti delle pressioni operate dal mondo esterno, come del resto voi stessi mi avete detto e chiarito nelle numerose discussioni che abbiamo avuto in propossito. Però mi sentirei oggi di aggiungere qualche cosa in più. Io che ho vissuto spesso più in mezzo al mare che alla terraferma so bene che quando ci si può staccare dalle cento preoccupazioni che ci vengono dal clima caotico e confusionario che spesso si respira in città, ci si sente liberi e felici di vivere con noi stessi e con I nostri pensieri. Ed è proprio questo che mi preme farvi capire di me: una volta che mi sono abituato a valutare, ragionando con me stesso, il significato delle cose che mi capitano, o le ragioni del mio agire, o anche il valore delle cose che mi dicono gli altri, io mi sento libero ed autonomo anche quando vivo in città, solo che mi sento un pò meno spensierato. La cosa più importante, però, è che quando voglio, so e posso recuperare sempre la mia tranquillità interiore ed a modo mio mi sento abbastanza felice.

Cinzia. Quindi, se ho capito bene, tu senti che la felicità la puoi quasi avvertire quando ti isoli e ti sprofondi in te stesso?. Queste tue idee mi piacciono, perchè mi sembra che colgano un aspetto profondo del nostro vivere quotidiano, al quale non facciamo abbastanza attenzione.

In ultima analisi, mi pare che il tuo discorso in qualche modo corrisponda al comune sentire ed all’idea che tutto quel che ci accade può essere da noi recepito per arricchire la nostra vita interiore.

Marco. Si. Questa mi sembra una delle conclusioni più belle tra quelle che abbiamo trovato finora. Però mi preme ricordare che sulla coscienza gli esperti e la letteratura specializzata moderna concordino nell’affermare che il sistema cognitivo umano sia complesso ed articolato e che quindi non abbia un centro unitario, dal momento che alle facoltà superiori dell’uomo concorrono diversi apparati e diversi ogani.  In altre parole, viene messo in dubbio che in noi esista un centro unico razionale deputato a raccogliere e coordinare I vari impulsi, le sollecitazioni ed I messaggi che provengono dal mondo esterno.

Invece le cose che dicevate prima ci dovrebbero far ritenere che esista in noi questo centro unitario, in grado di valutare nella loro portata tutti I messaggi pervenutici e che tale centro sia essenziale perchè ci consente di conoscere e ricordare tutto quanto ci tocchi da vicino, ma anche di coordinare I nostri pensieri e di orientare le nostre scelte.

Al tempo stesso, questa attività della nostra coscienza dovrebbe servire anche ad arricchire il nostro patrimonio di nuove conoscenze, utili per far crescere la nostra personalità, ma anche per migliorare il nostro stato d’animo, come ci indicava prima Riccardo.

Se le cose stanno così, fatti salvi gli approfondimenti che saranno operati dalla ricerca, possiamo sin d’ora ritenere  che il vero motore che costruisce il nostro essere ed indirizza il nostro agire esista in noi stessi.

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